14 Giugno 2017

Quei neologismi che immaginano il futuro

In questo periodo due neo­logismi stanno spopolando nell’anglosfera. Una cop­pia di parole entrate nell’uso e nel linguaggio comune, che capita di sentire pronunciate in continuazione nelle città degli Usa. E che rimandano a quella tecnologia che è parte fondamentale dell’esperienza di vita degli individui nella so­cietà delle Reti e della rivolu­zione digitale permanente. Al punto che gli algoritmi (ter­mine che proviene dal latino medievale algorithmus o al­gorismus, dal nome d’origine del matematico arabo del IX secolo d.C. Muhammad ibn Musa al­Khuwarizmi) sono fa­miliarmente diventati gli «al­gos», e i robot si dicono «bots».
Abbreviazioni che evidenziano dimestichezza e confidenza, e mostrano ­ per parafrasare la sociologa Shirley Turkle ­ co­me le tecnologie digitali si siano trasformate in un momento es­senziale della «conversazione necessaria» della nostra epoca.
Oltre a riempire concretamen­te la quotidianità, perché gli al­gos sono dovunque e determi­nano il funzionamento della quasi totalità delle macchine i cui ci serviamo, dagli elettrodo­mestici ai pc, fino ai gettonatis­simi social network. E così è an­che per bots, un concetto ela­stico che varia al mutare delle piattaforme, con cui si designa­no genericamente i robot e i programmi che hanno accesso alla rete e agli stessi sistemi di comunicazione e interazione con le macchine impiegate da­ gli utenti umani. I bots sono quindi tantissimi, e possono fa­re qualunque cosa: dal rispon­dere ai messaggi in modo auto­ matico al generare le reti sfrut­tate dagli hacker e i troll che in­quinano le campagne elettorali online; e rientrano nella defini­zione i personaggi­ alias con cui si gioca nei videogame, come pure i sempre più diffusi assi­stenti virtuali, i «chatbots» (o «robot chiacchieroni»), le uten­ze automatizzate che prenota­no la cena o cercano le previsio­ni del tempo e i voli aerei. Le lo­ro radici vengono fatte risalire al celebre test che Alan Turing (di cui Steve Jobs era un fan sfegatato) sviluppò negli Anni Cinquanta per stabilire se una  macchina si riveli in grado di pensare; e difatti i bots sono, in  definitiva, intelligenza artificia­le portatile e da taschino in vir­tù della potenza e convergenza tecnologiche assicurate dagli smartphone. E oggi ci troviamo così nel campo di quelle che possiamo chiamare, a tutti gli effetti, digitai humanities. L’IA, le nanotecnologie, le neuro­scienze, gli algoritmi genetici, le reti neurali, tutto ciò che è  frontiera tecno­scientifica sta facendo sgocciolare le sue rica­dute pratiche sulla nostra esi­stenza di tutti i giorni, a una ve­locità stupefacente ­ perché l’età digitale è anche l’era delle accelerazioni. E a colpire, nella conversione di algos e bots in  una sorta di intercalari e in epi­stemologia da sala pranzo e da salotto, è il fatto che, contempo­raneamente, si ritira in buon ordine quel filone novecentesco di critica luddista o distopica della tecnologia che aveva intu­ito, ma secondo una prospetti­va profondamente negativa, quanto essa sarebbe divenuta centrale nell’esistenza ­ dalla parola «robot» come sinonimo di lavoro forzato coniata nel 1920 dallo scrittore ceco Karel Čapek al rigetto heideggeriano della tecnica, sino alla narrati­va cyberpunk. Se si discorre tranquillamente in tinello di bots e algos, e i media si occu­pano spesso dell’orizzonte del postumano, significa che siamo entrati definitivamente nella civiltà delle macchine, e la tec­nologia viene considerata non più distopia, ma un’alleata indi­spensabile. Totalmente user­ friendly: ecco la sua principale vittoria sul piano delle mentali­tà e dell’immaginario popolare, insieme alla sua miniaturizza­zione; quella che era Big Scien­ce nell’America del secondo do­poguerra ora ce la ritroviamo sulla scrivania dell’ufficio o sul tavolino di casa, e d’altronde i due ambienti non hanno più confini netti come in passato.
Così come non ce li hanno più la sfera del reale e quella del virtuale. E nell’inedito spazio sociale dell’ «interrealtà» che viviamo adesso la critica non può più essere apocalittica, ma deve essere «integrata» (e con­ sapevole del Nuovo Mondo), come quella che muove, per esempio, Martin Ford nel suo li­bro Rise of the Robots (tradot­to in italiano da Il Saggiatore), che di mestiere fa, guarda un po’, l’imprenditore high tech nella Silicon Valley.
[Fonte La Stampa – 14 Giugno 2017]

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